CANTARE D’AMORE: LA GESTIONE DELLA FELICITÀ – Chiara Daino

Esiste l’Amore? L’Amore esiste. L’Amore è il Big-Bang della lingua italiana: si deve inventare una lingua per parlare e per scrivere d’Amore – ecco l’Italiano! Decisamente romantico, ma come dimenticare che una delle prime testimonianze di volgare italiano sia il dialogo tra Sisinno, Gosmario e Albertello, nell’Affresco di san Clemente, che si apre con un sonoro: «fili de le pute, traite» e cioè «figli di puttana, tirate»?

La memoria individuale è la memoria collettiva che ricanta e rimanda l’adagio popolare: «si lavora e si fatica per il pane e per la fica» [«lavoro e mi faccio il mazzo per il pane e per il cazzo»].

Forse avrei dovuto cercare dei sinonimi per renderlo più poetico e meno trucido, ma il verbo è crudo – e anche se lo chiamiamo chitarrino: trattasi sempre del culo [vulgariter dicitur]; e siamo un’opera buffa in cerca di dizionario, siamo quel popolo pagiassu di poeti e cantautori – alla ricerca di modi nuovi per questo mondo d’amore. Giurando sia più semplice cantare dell’amor perduto ché il dolore è matrice/motrice, le aspettative sono sempre eccessive e chi scrive deve miracolare dediche esclusive per il pubblico più esigente: chi condivide il letto non avrà pietà per il tuo scritto.

E rubo al Titano l’amorevole protesta: «pochi giorni fa mi hai detto che non scrivo più per te poesie d’amore. Come quelle che ti scrivevo una volta». E chi ha sempre scritto testi zuppi di collera, borchie e lucidità cinica? Belin belino – è bratta: la felicità m’inquieta e mi spaventa. Ancora non imparai a gestire la rabbia, come pretendere io sappia gestire la felicità? Da poco imparai gestire la metrica, ma solo per ritmare meglio i miei passi e non buttare i piedi a caso – come sempre, quando cammino e puntualmente inciampo. Rovino e mi perdo. Arianna, aiutami Tu: il mio neurone zoppo è nudo, privo del senso dell’orientamento e negato per il riassunto.

Dicevamo? Donne ch’avete intelletto d’amore? Donne è arrivato l’arrotino? Donne, dududù? Non pratico il donnesco – forse perché mia madre mi ha cresciuta come un maschio [e ancor m’incasino con la storia dei bottoni e della riga, a destra o a sinistra, tra fallo e falloppio] – e non è mistero usai il maschio come vezzo accessorio, da cambiare e da abbinare alle mie psicopatie conclamate, in un girotondo bulimico di cazzi e carmina, solo per farne carne da macello e materiale da romanzo…
Capirete quindi quanto sia arduo evadere le conferme d’amore, ma ogni metallaro degno di tal nome sa che la bile sposi sempre il miele:

 

Just take my hand
And when you make your final stand
I’ll be right there
I’ll never leave
And all I ask of you is
Believe

 

[Per Te sarò il verbo credere: nessuno ti amerà peggio di me]

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