GLI ULTIMI VERSI CORSARI DI PASOLINI – Giovanni Raboni

Articolo dal «Corriere della Sera» del 6 marzo 2003

 

Lasciamo ai posteri ogni considerazione sulla giudiziosità di un’offerta tanto monumentale per un autore che tutto credo abbia voluto essere, in vita, tranne che un monumento e occupiamoci di quest’ultimo tassello dell’ impresa. Rispetto alla precedente edizione, quella apparsa dieci anni fa, sempre a cura di Siti, negli «Elefanti» Garzanti, lo spazio occupato dai testi al netto dei cospicui, accuratissimi apparati passa da circa 2.500 a circa 3.000 pagine, il che significa che è cresciuto di qualcosa come 500 pagine la proposta di versi inediti o dispersi. Eppure, come precisa il curatore nel suo eccellente scritto conclusivo, non sono pochi gli inediti (soprattutto giovanili) rimasti ancora e forse, a questo punto, definitivamente tali. Impossibile, credo, una più chiara dimostrazione di quella «feroce volontà di essere autore» di cui parla Siti e che qualcuno potrebbe sbrigativamente definire grafomania, mentre a me fa pensare piuttosto a una sorta di irresistibile, angosciosa bulimia del pronunciabile e del visibile. La quantità, comunque, non crea la qualità e quelle cinquecento pagine non fanno progredire d’un passo la nostra conoscenza di Pasolini, a dispetto dell’eventuale e magari rilevante interesse tematico o storico che alcuni singoli testi (per esempio quelli qui esibiti) possono di per sé rivestire.

Cosa ci porta di nuovo, allora, di quale utilità può riuscirci questa grandiosa, magnifica edizione? Per una volta l’interesse sta, a mio avviso, al di fuori dei testi, viene da ciò che li precede e li accompagna. Da molti anni inseguo l’idea che il senso della poesia di Pasolini consista e forse si esaurisca in una drammatica ricerca dell’ autenticità condotta con mezzi intrinsecamente inautentici, in un interminabile tentativo di possesso linguistico del reale attraverso linguaggi sostanzialmente non posseduti e dunque via via abbandonati, soppiantati, abiurati, capovolti; e mi sembra che argomenti e considerazioni assai convincenti a conferma di questa ipotesi critica ci vengano qui sia da Siti, per esempio quando osserva che per Pasolini le varie forme espressive non sono altro che «diversi mezzi di trasporto» nessuno dei quali «così necessario da escludere gli altri o da condurre davvero l’ autore a un punto di non ritorno», sia da Fernando Bandini, che nel suo acuto e appassionato saggio introduttivo parla di «provvisorietà ed ecletticità di soluzioni formali» e di «sorda eterogeneità della lingua». Da qui a chiedersi — come fa, provocatoriamente, Siti — se questi dieci volumi non siano altro che «il residuo di una frustrazione o di un’ambizione franata», il passo può apparire terribilmente breve. In realtà, Siti risistema subito la domanda su uno sfondo radicalmente problematico aggiungendo che «quel che è in gioco, qui, è l’ idea stessa di letteratura oggi» e lasciando intendere che la voce di Pasolini potrebbe essere quella di chi ha avvertito per primo «la mutazione» (ossia, fra l’altro, la sopravvenuta «insopportabilità» delle forme e lo scadere della letteratura a semplice genere «all’interno di canali espressivi più complicati») e invece di subire passivamente tale mutazione «ha cercato di farsene carico, fino al punto di autodistruggersi».

Mentre Bandini, che pure non sarebbe alieno, credo, su un piano puramente critico, dal rispondere affermativamente alla domanda-provocazione di Siti, fa balenare l’immagine a sua volta sottilmente assolutoria di un Pasolini che «offre la sua vita (…) come il certificato di autenticità della sua poesia». Siamo, come si vede, mille miglia lontani dal clima di agiografia critica dominante fino a qualche anno fa, quando aveva largamente corso la leggenda — che Pasolini sarebbe stato il primo a detestare — di Pasolini «grande poeta civile». Le cose sono — ormai — credo, ne siamo tutti convinti — meno trionfalistiche e, soprattutto, molto meno semplici di così e l’unica cosa davvero sicura è forse, a questo punto, la seguente: che se c’ è pochissimo, nella poesia di Pasolini, che prima o poi non le si ritorca contro, non c’ è d’altronde niente, in tutto il male che possiamo dirne o pensarne, che non si ritorca in qualche modo contro di noi.

Lasciamo ai posteri ogni considerazione sulla giudiziosità di un’offerta tanto monumentale per un autore che tutto credo abbia voluto essere, in vita, tranne che un monumento e occupiamoci di quest’ultimo tassello dell’ impresa. Rispetto alla precedente edizione, quella apparsa dieci anni fa, sempre a cura di Siti, negli «Elefanti» Garzanti, lo spazio occupato dai testi al netto dei cospicui, accuratissimi apparati passa da circa 2.500 a circa 3.000 pagine, il che significa che è cresciuto di qualcosa come 500 pagine la proposta di versi inediti o dispersi. Eppure, come precisa il curatore nel suo eccellente scritto conclusivo, non sono pochi gli inediti (soprattutto giovanili) rimasti ancora e forse, a questo punto, definitivamente tali. Impossibile, credo, una più chiara dimostrazione di quella «feroce volontà di essere autore» di cui parla Siti e che qualcuno potrebbe sbrigativamente definire grafomania, mentre a me fa pensare piuttosto a una sorta di irresistibile, angosciosa bulimia del pronunciabile e del visibile. La quantità, comunque, non crea la qualità e quelle cinquecento pagine non fanno progredire d’un passo la nostra conoscenza di Pasolini, a dispetto dell’eventuale e magari rilevante interesse tematico o storico che alcuni singoli testi (per esempio quelli qui esibiti) possono di per sé rivestire.

Cosa ci porta di nuovo, allora, di quale utilità può riuscirci questa grandiosa, magnifica edizione? Per una volta l’interesse sta, a mio avviso, al di fuori dei testi, viene da ciò che li precede e li accompagna. Da molti anni inseguo l’idea che il senso della poesia di Pasolini consista e forse si esaurisca in una drammatica ricerca dell’ autenticità condotta con mezzi intrinsecamente inautentici, in un interminabile tentativo di possesso linguistico del reale attraverso linguaggi sostanzialmente non posseduti e dunque via via abbandonati, soppiantati, abiurati, capovolti; e mi sembra che argomenti e considerazioni assai convincenti a conferma di questa ipotesi critica ci vengano qui sia da Siti, per esempio quando osserva che per Pasolini le varie forme espressive non sono altro che «diversi mezzi di trasporto» nessuno dei quali «così necessario da escludere gli altri o da condurre davvero l’ autore a un punto di non ritorno», sia da Fernando Bandini, che nel suo acuto e appassionato saggio introduttivo parla di «provvisorietà ed ecletticità di soluzioni formali» e di «sorda eterogeneità della lingua». Da qui a chiedersi — come fa, provocatoriamente, Siti — se questi dieci volumi non siano altro che «il residuo di una frustrazione o di un’ambizione franata», il passo può apparire terribilmente breve. In realtà, Siti risistema subito la domanda su uno sfondo radicalmente problematico aggiungendo che «quel che è in gioco, qui, è l’ idea stessa di letteratura oggi» e lasciando intendere che la voce di Pasolini potrebbe essere quella di chi ha avvertito per primo «la mutazione» (ossia, fra l’altro, la sopravvenuta «insopportabilità» delle forme e lo scadere della letteratura a semplice genere «all’interno di canali espressivi più complicati») e invece di subire passivamente tale mutazione «ha cercato di farsene carico, fino al punto di autodistruggersi».

Mentre Bandini, che pure non sarebbe alieno, credo, su un piano puramente critico, dal rispondere affermativamente alla domanda-provocazione di Siti, fa balenare l’immagine a sua volta sottilmente assolutoria di un Pasolini che «offre la sua vita (…) come il certificato di autenticità della sua poesia». Siamo, come si vede, mille miglia lontani dal clima di agiografia critica dominante fino a qualche anno fa, quando aveva largamente corso la leggenda — che Pasolini sarebbe stato il primo a detestare — di Pasolini «grande poeta civile». Le cose sono — ormai — credo, ne siamo tutti convinti — meno trionfalistiche e, soprattutto, molto meno semplici di così e l’unica cosa davvero sicura è forse, a questo punto, la seguente: che se c’ è pochissimo, nella poesia di Pasolini, che prima o poi non le si ritorca contro, non c’ è d’altronde niente, in tutto il male che possiamo dirne o pensarne, che non si ritorca in qualche modo contro di noi.

 

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